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Il tramonto della “fase di latenza”


                                                                                                            
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di Giacomo Dallari


Fino a qualche decennio fa le ansie genitoriali sembravano quasi arrestarsi nel periodo che la psicologia classica definiva “fase di latenza” come se, in quell’intervallo di tempo che intercorre fra i sei e i dieci anni, si assistesse ad una sorta di cristallizzazione dello sviluppo. Non a caso lo stesso Freud l’ha esclusa dalle fasi psicosessuali, definendola un periodo “dormiente”(soprattutto dal punto di vista pulsionale), una tregua armata prima delle battaglie adolescenziali. Attualmente, invece, l’età scolare è probabilmente uno dei periodi di maggiore interesse, e non solo per i tecnici e gli esperti, ma soprattutto per i genitori che appaiono disorientati e sconcertati di fronte a bambini con problematiche e comportamenti, fino a poco tempo fa, di esclusivo appannaggio dell’età adolescenziale. Altro che “dormienti”, i bambini di oggi sembrano essere incredibilmente reattivi nei confronti delle proprie esperienze, dotati di un fervido spirito critico e di una forma di indipendenza in grado di mettere a dura prova interi assetti familiari e l’istituzione scolastica che mostra difficoltà nel decifrare caratteri e personalità sempre più complesse ed eterogenee.
Per comprendere come si sia creato questo divario generazionale è opportuno per prima cosa porre l’attenzione non solo sul singolo bambino, ma sul contesto di relazioni in cui è inserito, primo fra tutti la famiglia. Con ogni probabilità, infatti, non sono tanto i bambini ad essere cambiati, ma piuttosto le abitudini, i modi di vivere, i comportamenti e le forme comunicative del mondo degli adulti. Ad una diminuzione della quantità del tempo che i genitori possono dedicare ai figli sembra non aver fatto da contraltare una modificazione della qualità del tempo. Il genitore trova più semplice appagare i desideri più immediati dei propri figli, evitando le critiche, le punizioni e i rimproveri. Nel tentativo di sanare un senso di colpa dovuto alla mancanza o alla superficialità dei rapporti con i propri figli, i padri e le madri demandano sempre più spesso alle istituzioni scolastiche, alle agenzie ludico-educative extrafamiliari o ad un non precisato futuro – quando “saranno grandi” – un progetto educativo da condividere.
Troppo “grandi” per il gioco, la spensieratezza, per la fantasia, rimasta rinchiusa dentro le pareti della scuola materna, ma troppo “piccoli” per assumersi responsabilità eccessive, per la ragionevolezza adulta, i bambini rimangono prigionieri di un’incertezza che da una parte comprime eccessivamente il tempo dell’infanzia e dall’altra li catapulta in un mondo “adultizzato” nel quale, scimmiottando i comportamenti dei grandi, rischiano di dimenticarsi di essere bambini.
Gli adulti, impauriti, reagiscono proteggendoli eccessivamente, impedendo loro di mettersi alla prova concretamente.
Sembra difficile allora riferirsi al periodo di latenza così come lo aveva teorizzato Freud, cioè come il periodo delle amicizie e dell’attività fisica e cognitiva che richiede veri e propri spazi reali che oggi invece vengono ristretti fino quasi a scomparire fra le mura domestiche, in compagnia di “amici virtuali” e di mondi artificiali e astratti.
Si potrebbe pensare che l’adolescenza, che in molte occasioni evidenzia comportamenti “infantili”, “bambineschi” e “sciocchi”, arrivi quasi a pareggiare i conti con un’infanzia vissuta con il freno tirato, come se dovesse recuperare qualcosa che ha oltrepassato, ma che non ha intenzione di perdere definitivamente.

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