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Il duro lavoro dell'essere genitori


                                                                                                            
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di Maurizio parente

Ai genitori meno che a
chiunque altro dovrebbe
essere affidata l’educazione
dei figli.
Jonathan Swift



Di fronte a queste parole, qualunque ruolo o professione ognuno di noi stia svolgendo, non si può non avere un sussulto e chiedersi i motivi di un giudizio così severo.
Franz Kafka, che ha potuto studiare sulla propria pelle le ferite inferte da una dura educazione patriarcale, in una delle sue lettere piene di saggezza interpreta la frase di Swift più o meno in questo modo: la famiglia è un unico organismo, un corpo, un tutto, che per sua intrinseca natura cerca ovviamente di raggiungere quella condizione di assenza di dolore che viene chiamata armonia. Ed è proprio in nome di questa armonia che, soprattutto in passato, si sono perpetrate le maggiori ingiustizie. Nelle vecchie famiglie patriarcali sarebbe stato difficile trovare genitori disposti a promuovere forme educative ispirate – come sosteneva Swift – ai principi di un “sereno, altruistico e amoroso potenziamento delle inclinazioni di un essere umano in formazione, o almeno la serena accettazione di uno sviluppo autonomo”. Oggi, molti di questi principi, sono stati accolti e vengono seguiti, tuttavia non sono venute meno – seppure in forme diverse – le difficoltà delle famiglie e nemmeno quelle dei figli.
Ma quali sono i problemi più urgenti che attanagliano la vita educativa delle giovani famiglie?
La vera difficoltà può venire dal fatto di voler essere genitori perfetti e, come proiezione, di avere figli perfetti. Dimentichiamo spesso che la perfezione è un'utopia forse nemmeno troppo desiderabile. Se invece accettiamo il limite e le difficoltà che l'età evolutiva ha in sé come seme di crescita, allora sapremo guardare i nostri figli con occhi diversi e accettare che l'età evolutiva sia già di per sé un'età incompleta e difficile.
Molto spesso gli adulti dimenticano che la crescita comporta mutamenti repentini in grado di investire tutta la personalità in fieri. Ogni bambino prima e adolescente poi deve costruire gradualmente la propria identità, attraverso percorsi diversi che impegnano la sfera emotivo-affettiva, che deve trovare riscontri in una comunicazione e in un ascolto attivo da parte dei genitori. Con questa garanzia il ragazzo costruisce adagio adagio la fiducia in sé stesso, l'autonomia, il distacco dall'egocentrismo, dalla dipendenza degli oggetti primari, dal narcisismo e impara, proprio attraverso la stima che ha potuto costruire attraverso l'amore dei genitori, ad accettare anche le frustrazioni che la realtà necessariamente comporta.
Il vero amore, forse, è basato sul rispetto della persona e sulla responsabilità che esso implica; quindi è scevro da ogni eccessivo rigore, ma anche da ogni lassismo; è affrancato da comportamenti autoritaristici, ma consapevolmente connesso ad atteggiamenti autorevoli che tanto possono rassicurare il bambino/adolescente.
Ma se questo ha un qualsiasi fondo di verità dove sta la libertà dei bambini? Anche questo è un tema interessante e forse potrebbe essere utile prendere in esame più da vicino tale concetto su cui i genitori tanto spesso riflettono. Naturalmente abbiamo ben chiara la necessità che i bambini godano della libertà più ampia possibile e che ogni limitazione che ci troviamo costretti a imporre viene vissuta dai genitori, all’inizio, come una sconfitta personale. Ma è evidente che prima o poi saremo costretti a renderci conto che le limitazioni sono necessarie per il semplice fatto che esiste un limite alla libertà, un limite che si fa presto a raggiungere. Se lo oltrepassiamo corriamo il rischio di ritrovarci non in una maggiore libertà, ma in una grande schiavitù. Personalmente faccio fatica a capire la concezione secondo cui la libertà illimitata sarebbe l’educazione ideale. La libertà, spesso, è invece una fuga dall’educazione. C’è una tirannia della condiscendenza che non è affatto più innocente di un arrogante dispotismo. A rigore non ci vuole una gran scienza per lasciar fare ai propri figli più o meno tutto quello che vogliono, ma è piuttosto insensato e, alla lunga, anche pericoloso, perché nessun essere umano è in grado di sopportare la sconfinata libertà degli altri. Il rischio è di cadere nell’apatia o di cercare sfogo in scoppi improvvisi di rabbia, entrambe possibilità altrettanto inappropriate per qualsiasi tipo di educatore.
Forse però esiste un punto di partenza diverso e più fruttuoso per un educatore che non la pura e semplice libertà. Non bisogna mai dimenticare che, in ogni caso, si tratta di due mondi per molti aspetti inconciliabili come l’oriente e l’occidente. Ciò che è di capitale importanza nel mondo dei genitori non ha necessariamente un ruolo altrettanto importante in quello dei bambini. Quel che un vero educatore deve in primo luogo tener presente non sono le teorie sulla libertà, ma il fatto che ogni singola cosa, nel più vero senso del termine, appare totalmente diversa nel mondo dei bambini.
Tale consapevolezza può aiutarci a comprendere come ancora non esista un'idea di educatore ideale: nella vita di ogni genitore ci sono momenti sublimi in cui, inevitabilmente, si cade vittima dell’illusione di corrispondere, almeno in quel preciso istante, ai requisiti del vero educatore di Swift. È naturalmente triste dover al tempo stesso riconoscere che simili momenti sono più dovuti al caso e alle circostanze che non al genio pedagogico. È altrettanto vero che il nostro obiettivo di genitori non è deve essere quello di raggiungere la perfezione data dal genio pedagogico, ma convivere con l'impegno quotidiano di rispettare i nostri figli, nella consapevolezza della fallibilità che caratterizza ciascun individuo. Purtroppo o per fortuna nessuno di noi è perfetto: l'aspetto più importante non è quello di affliggersi di fronte alla fallibilità, ma affrontarla con una giusta dose autocritica.

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