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La lettura dei Bisogni Educativi Speciali attraverso il modello dell’ICF.



                                                                                                            
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di Giacomo Dallari

Nonostante gli straordinari cambiamenti che la scuola ha vissuto negli ultimi anni, non si sono ancora sviluppati quegli “anticorpi” che sono necessari ad affrontare adeguatamente i mutamenti che le vengono richiesti. Con la Circolare Ministeriale n. 8 del 6 marzo 2013 si è riproposta quella sensazione di spaesamento, che può degenerare in rabbia e frustrazione e che la scuola manifesta di fronte alla complessità di una società che muta radicalmente e repentinamente.
Cosa afferma in sostanza la normativa che riguarda i BES? A mio giudizio asserisce una verità imperativa che dovrebbe animare ogni atto educativo e apprenditivo: e gli alunni che manifestano dei problemi o che hanno delle difficoltà devono essere aiutati. La Direttiva (27 dicembre 2012) infatti, “estende a tutti gli studenti in difficoltà il diritto alla personalizzazione dell’apprendimento”(Piano Didattico Personalizzato) e comprende tutte quelle condizioni che riguardano “svantaggio sociale e culturale, disturbi specifici di apprendimento e/o disturbi evolutivi specifici, difficoltà derivanti dalla non conoscenza della cultura e della lingua italiana”.
Ogni singolo insegnante è ben consapevole che di fronte ad un dato statistico nazionale che parla di un 2-3% di alunni “certificati” disabili dall’ASL, si muove un universo eterogeneo e in costante aumento di alunni che manifestano difficoltà di ogni genere derivanti da fattori biologici, ambientali, relazionali, emozionali, psicologici, familiari e culturali che possono rendere molto difficoltoso il percorso di apprendimento e di sviluppo delle competenze che la scuola richiede.
La stessa Direttiva Ministeriale citata rintraccia una cornice ideologica nel modello diagnostico ICF (International Classification of  Functioning) dell’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) che “considera la persona nella sua totalità, in una prospettiva bio-psico-sociale. Fondandosi sul profilo di funzionamento e sull’analisi del contesto (…) consente di individuare i Bisogni Educativi Speciali (BES) dell’alunno prescindendo da preclusive tipizzazioni”.
Senza ovviamente rinunciare all’importanza che una diagnosi accurata comporta, si è sentita però l’esigenza di spezzare quel meccanismo che legittima l’intervento delle istituzioni solo in base ad un danno chiaro, ad una minorazione del corpo del soggetto e di prendere in considerazione il funzionamento globale della persona nei suoi aspetti biologici, psicologici, contestuali e sociali. Ad una logica medica e medicalizzante che conduce inevitabilmente verso il concetto di malattia intesa come menomazione (danno organico o funzionale), che determina una disabilità (riduzione o perdita di abilità specifiche e di capacità operative) e che porta inevitabilmente ad una serie di difficoltà stabili e, a volte, progressive (handicap), si va via via sostituendo un approccio basato sulla salute e sul funzionamento globale. L’ICF cerca allora di superare l’obsoleta contrapposizione fra il modello medico e quello sociale, ponendo l’attenzione sul concetto di disabilità non come una caratteristica della persona, ma come una complessa interazione di condizioni che possono comprendere quelle prettamente biologico-strutturali, quelle psico-sociali, e quelle ambientali e contestuali.
La scuola, attraverso la lettura dei Bisogni Educativi Speciali secondo il modello dell’ICF, può quindi individuare e progettare azioni di recupero e sostegno attraverso l’utilizzo di strategie e strumenti che rispondono alle diverse situazioni problematiche giungendo, nelle situazioni più gravi e clinicamente rilevabili, alla formulazione di un Percorso Educativo Individualizzato (PEI). Nelle situazioni di difficoltà e di disagio clinicamente non rilevabili e che non ricadono nel comune concetto di malattia e di patologia, può attivare una serie di modifiche nella normale attività didattica che si concretizzeranno nel Piano Didattico Personalizzato (PDP).
La scuola sembra però aver anticipato la normativa. Quest’ultima ha sdoganato un atteggiamento che la scuola ha spesso avuto nei confronti delle difficoltà. Chi, come insegnante, non ha consapevolmente o meno consapevolmente “personalizzato” il percorso didattico di un suo alunno problematico e difficile? La normativa riguardante i BES può essere quindi un’occasione per standardizzare ed automatizzare dei comportamenti precedentemente “illeciti” che possono alleggerire quel carico di impotenza e di frustrazione.




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